La Dott.ssa Cristina Robba, Nefrologa e Nutrizionista Clinica, approfondisce un tema sempre più rilevante nella valutazione metabolica del paziente: il significato clinico dell’angolo di fase e il ruolo della bioimpedenziometria nella pratica nutrizionale. Partendo dai contenuti discussi durante il corso patrocinato dalla Società Italiana di Endocrinologia dedicato alla VLEKT, questo contributo analizza come la composizione corporea e lo stato funzionale cellulare possano offrire informazioni preziose che vanno oltre il semplice peso corporeo, aiutando il clinico a interpretare meglio infiammazione, stato nutrizionale e qualità metabolica del paziente. In particolare, sono stati discussi alcuni lavori scientifici che hanno sintetizzato in modo chiaro ed efficace il ruolo della bioimpedenziometria (BIA) e il valore clinico dell’angolo di fase (Phase Angle, PhA), oggi considerato un importante indicatore dello stato cellulare, nutrizionale e infiammatorio dell’organismo.
A partire da queste evidenze, emerge come l’analisi dell’angolo di fase possa rappresentare un supporto sempre più utile nella pratica clinica, soprattutto nel paziente con sovrappeso, obesità e alterazioni metaboliche.
La valutazione clinica del paziente con sovrappeso o obesità si concentra tradizionalmente su parametri antropometrici quali peso corporeo, BMI e composizione corporea. Tuttavia, un approccio più completo dovrebbe includere anche l’analisi dello stato funzionale cellulare.
In questo contesto, la bioimpedenziometria (BIA) fornisce un parametro di particolare interesse clinico: l’angolo di fase (Phase Angle, PhA). Tale indice, derivato dalle misurazioni di resistenza (R) e reattanza (Xc), rappresenta un indicatore indiretto dell’integrità delle membrane cellulari e della qualità della massa cellulare corporea. Di conseguenza, il PhA può essere considerato un biomarcatore dello stato nutrizionale e funzionale dell’organismo.
Numerose evidenze scientifiche hanno dimostrato come valori ridotti di PhA siano associati a condizioni patologiche caratterizzate da infiammazione sistemica. In particolare, è stata osservata una correlazione inversa tra PhA e proteina C-reattiva (PCR), suggerendo che una diminuzione dell’angolo di fase rifletta uno stato di meta-infiammazione.
Dal punto di vista epidemiologico, si osservano differenze di genere: le donne presentano generalmente valori medi di PhA inferiori rispetto agli uomini, mentre questi ultimi mostrano livelli più elevati di PCR, verosimilmente correlati a fattori comportamentali e di stile di vita. Nonostante tali differenze, in entrambi i generi, la relazione inversa tra PhA e infiammazione rimane significativa.
Sono stati proposti cut-off clinici per identificare i soggetti a rischio aumentato di infiammazione: valori di PhA ≤ 5,5° negli uomini e ≤ 5,4° nelle donne risultano indicativi di uno stato infiammatorio subclinico, frequentemente osservato in condizioni come l’obesità, la sindrome metabolica, le malattie croniche e l’invecchiamento.
Dal punto di vista strettamente interpretativo, il riscontro alla BIA di valori elevati di PhA indica una buona integrità di membrana, una adeguata massa cellulare attiva, una corretta distribuzione dei fluidi e uno stato metabolico favorevole.
Al contrario, valori ridotti suggeriscono una possibile perdita di massa cellulare, alterazioni di membrana, infiammazione, malnutrizione o condizioni metaboliche cataboliche.
È importante sottolineare che il PhA rappresenta una misura “istantanea”, ma il suo reale valore clinico emerge nel monitoraggio longitudinale del paziente. Ad esempio, un incremento del PhA durante follow-up nutrizionale, anche in assenza di significativa perdita ponderale, può indicare un miglioramento qualitativo dello stato cellulare e una riduzione dell’infiammazione. Al contrario, una riduzione del PhA può suggerire una scarsa aderenza terapeutica o il peggioramento dello stato infiammatorio, indipendentemente dal calo di peso.
Pertanto, per il clinico il PhA può rappresentare un marcatore funzionale di rapida analisi e sensibilità, utile per valutare lo stato nutrizionale e infiammatorio, monitorare l’efficacia degli interventi terapeutici, stratificare il rischio metabolico, identificare precocemente condizioni di sarcopenia, soprattutto nel paziente anziano con obesità.
Infine, è noto che l’invecchiamento comporta fisiologicamente una riduzione del PhA, associata a incremento della resistenza, diminuzione della reattanza e riduzione della massa cellulare attiva. Tuttavia, la distinzione tra cambiamenti fisiologici e patologici rimane di pertinenza clinica e richiede un’integrazione con il quadro complessivo del paziente.
In conclusione, l’integrazione dell’angolo di fase nella pratica clinica consente una valutazione più completa dello stato di salute, superando i limiti dei soli parametri antropometrici e favorendo un approccio maggiormente personalizzato alla gestione del paziente.