Con la Dott.ssa Adriana Carotenuto, Biologa Nutrizionista, scopriamo come la dieta chetogenica possa aiutare chi soffre di emicrania a ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi.
Grazie ai suoi effetti sul metabolismo energetico cerebrale e sull’infiammazione, la chetogenica fornisce al cervello una fonte di energia più efficiente e aiuta a stabilizzare l’attività dei neuroni, migliorando il benessere e la qualità di vita.
L’emicrania è un disturbo neurologico complesso e diffuso, che spesso compromette in modo significativo la qualità di vita di chi ne soffre. Negli ultimi anni, l’attenzione della ricerca si è spostata anche sul ruolo dell’alimentazione come possibile strumento terapeutico complementare. Tra le varie strategie prese in esame, la dieta chetogenica ha suscitato particolare interesse per i suoi effetti sul metabolismo energetico cerebrale e sulla fisiologia dei neuroni.
La dieta chetogenica nasce come terapia per l’epilessia farmaco-resistente, ma si è poi rivelata utile anche in altre condizioni neurologiche. Diversi studi hanno evidenziato che l’emicrania, come l’epilessia, presenta una componente di ipereccitabilità neuronale e un disfunzionamento energetico a livello mitocondriale. In molti pazienti emicranici, infatti, il cervello sembra avere difficoltà a utilizzare correttamente il glucosio come fonte principale di energia. Questo squilibrio può facilitare l’insorgenza degli attacchi.
La chetosi, indotta dalla dieta chetogenica, fornisce al cervello una fonte alternativa di energia: i corpi chetonici, tra cui il β-idrossibutirrato (BHB). Queste molecole non solo migliorano l’efficienza del metabolismo energetico, ma svolgono anche un ruolo protettivo sui neuroni. Studi come quelli di Barbanti e colleghi (The Journal of Headache and Pain, 2017) e di Schoenen (Cephalalgia, 2013) hanno mostrato che i corpi ketonici riescono a stabilizzare la membrana neuronale, riducendo così la facilità con cui i neuroni vanno incontro a iperattività, una caratteristica comune negli attacchi di emicrania.
Un altro aspetto rilevante è la riduzione dell’infiammazione. L’emicrania coinvolge infatti processi neuroinfiammatori e una cascata di segnali che amplificano la percezione del dolore. Alcune ricerche hanno evidenziato che il BHB è in grado di inibire l’inflammasoma NLRP3, una delle principali strutture cellulari coinvolte nei processi infiammatori. Lo studio di Youm et al. pubblicato su Nature Medicine nel 2015 mostra chiaramente questo effetto antinfiammatorio, che potrebbe spiegare parte dei benefici osservati nei pazienti emicranici.
La letteratura non si limita ai meccanismi teorici: esistono anche diversi studi clinici che mostrano un miglioramento concreto dei sintomi. Uno dei più citati è quello di Di Lorenzo e colleghi (The Journal of Headache and Pain, 2015), in cui le pazienti sottoposte a dieta chetogenica per un mese hanno riportato una riduzione significativa della frequenza e dell’intensità degli attacchi, oltre a un minore ricorso ai farmaci. Questi effetti sembrano essere più rapidi e più marcati rispetto a quelli ottenuti con semplici diete low-carb non chetogeniche, suggerendo un ruolo specifico della chetosi stessa. Anche Strahlman, in uno studio pubblicato su Headache nel 2006, ha osservato miglioramenti già dopo due settimane di dieta, confermando la possibile efficacia a breve termine.
Oltre ai benefici diretti sulla sintomatologia emicranica, la chetogenica può risultare utile anche nei pazienti che presentano insulino-resistenza, sovrappeso o obesità, condizioni spesso correlate a una maggiore prevalenza di emicrania. In questi casi, migliorare la sensibilità insulinica e ridurre l’infiammazione sistemica può contribuire ulteriormente alla riduzione degli attacchi.
È importante ricordare, però, che la dieta chetogenica non è adatta a tutti e deve essere sempre personalizzata e monitorata, soprattutto in presenza di patologie metaboliche, renali o epatiche, o in situazioni fisiologiche particolari come gravidanza e allattamento.
In conclusione, la dieta chetogenica rappresenta oggi una delle strategie nutrizionali più promettenti nel supporto alla gestione dell’emicrania. Le evidenze scientifiche disponibili mostrano che essa può agire su diversi livelli: migliorare la produzione energetica cerebrale, ridurre l’eccitabilità neuronale e modulare l’infiammazione. Pur non essendo una soluzione universale, può diventare un valido strumento terapeutico complementare per molte persone, soprattutto quando integrata in un percorso clinico e nutrizionale strutturato.